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La diffusione del fotovoltaico su scala utility è oggi uno degli elementi più rilevanti della transizione energetica globale. Secondo le più recenti analisi di IRENA, il solare rappresenta la tecnologia rinnovabile con il tasso di crescita più elevato a livello mondiale, capace di ridefinire in pochi anni l’equilibrio dei sistemi energetici.

Solo nel 2024, il fotovoltaico ha contribuito a oltre tre quarti della nuova capacità rinnovabile installata a livello globale, arrivando a rappresentare più del 40% della potenza green complessiva. Dal 2015 a oggi, la capacità solare è cresciuta di oltre otto volte, segnando un cambio di paradigma nella produzione elettrica.

Guardando agli scenari compatibili con l’obiettivo climatico di 1,5 °C, il ruolo del fotovoltaico è destinato a rafforzarsi ulteriormente: entro il 2050 potrebbe coprire oltre un terzo della produzione elettrica rinnovabile mondiale e circa la metà delle nuove installazioni annuali. Una crescita che accelera la decarbonizzazione, ma che rende sempre più centrale il tema della sostenibilità ambientale locale dei progetti.

Il contributo del fotovoltaico alla riduzione delle emissioni

Dal punto di vista climatico, l’impatto del fotovoltaico è ampiamente positivo. Le stime di IRENA indicano che gli impianti entrati in esercizio tra il 2019 e il 2023 consentono oggi di evitare oltre un miliardo di tonnellate di gas serra all’anno, una quota significativa delle emissioni globali.

Nel medio-lungo periodo, la progressiva sostituzione delle fonti fossili più emissive con il solare potrebbe portare a una riduzione annua di oltre 3 gigatonnellate di CO₂ entro metà secolo. A questi benefici si affianca il calo degli inquinanti atmosferici tradizionali – come ossidi di azoto, biossido di zolfo e particolato fine – con effetti diretti sulla qualità dell’aria e sulla salute pubblica, soprattutto nelle aree urbane e industriali.

Uso del suolo: un tema centrale nel dibattito pubblico

Tra le criticità più discusse del fotovoltaico su larga scala c’è l’occupazione di suolo. Gli impianti utility richiedono superfici estese e questo può generare conflitti con altri usi del territorio, in particolare in contesti agricoli o densamente popolati.

I dati mostrano tuttavia che l’impatto va letto in modo contestualizzato. A seconda delle condizioni geografiche, delle tecnologie adottate e delle scelte progettuali, l’estensione media varia generalmente tra 1 e 4 ettari per megawatt installato. Anche negli scenari di massima diffusione, l’incidenza territoriale resta contenuta: in grandi economie come Stati Uniti, Cina e Regno Unito, la quota di territorio potenzialmente occupata dal fotovoltaico rimane inferiore all’1%.

Questi numeri suggeriscono che il fotovoltaico non rappresenta una pressione strutturale sull’uso del suolo, a condizione che lo sviluppo sia accompagnato da una pianificazione attenta e coerente con le caratteristiche del territorio.

Biodiversità e habitat: criticità e opportunità

Gli effetti ambientali diventano più delicati quando gli impianti vengono realizzati in aree ecologicamente sensibili. Nelle fasi di costruzione possono verificarsi alterazioni del suolo, perdita temporanea di habitat, modifiche ai deflussi idrici e disturbo alla fauna.

Durante l’esercizio, la presenza dei moduli può influenzare il microclima locale, la temperatura del suolo e la composizione della vegetazione. Alcuni studi segnalano anche impatti sull’avifauna, legati sia agli impianti sia alle infrastrutture di rete associate.

Allo stesso tempo, in contesti aridi o degradati, il fotovoltaico può generare effetti positivi inattesi. In alcune aree della Cina, ad esempio, l’ombreggiamento dei pannelli ha favorito il recupero della copertura vegetale, contrastando fenomeni di desertificazione e migliorando la stabilità del suolo.

Materiali e filiere: la sfida della circolarità

Un altro aspetto chiave riguarda i materiali necessari alla produzione dei moduli. L’espansione del settore comporta una domanda crescente di alluminio, rame e argento, con implicazioni ambientali legate alle attività estrattive e alla lavorazione delle materie prime.

Per questo motivo, IRENA sottolinea l’importanza di accelerare la transizione verso filiere più sostenibili, puntando su riciclo, riutilizzo e progettazione circolare dei componenti. Ridurre l’impatto ambientale lungo l’intero ciclo di vita dei moduli è una delle condizioni fondamentali per garantire la sostenibilità di lungo periodo del fotovoltaico.

Quando il fotovoltaico crea valore per il territorio

Gli impatti ambientali del solare non sono un destino inevitabile. Se integrati correttamente nel contesto locale, i grandi impianti possono generare benefici aggiuntivi per il territorio. Il recupero di aree industriali dismesse, l’integrazione con attività agricole o di pascolo e la gestione attiva della vegetazione sono esempi concreti di come il fotovoltaico possa diventare un fattore di rigenerazione.

Esperienze internazionali mostrano che la combinazione tra produzione energetica e attività agricole può migliorare la redditività complessiva e rafforzare l’accettazione sociale dei progetti, contribuendo anche allo sviluppo economico locale.

Il ruolo delle politiche pubbliche

La gestione degli impatti ambientali del fotovoltaico su scala utility richiede un quadro normativo chiaro e strumenti adeguati. Valutazioni ambientali approfondite, analisi cumulative, pianificazione territoriale preventiva e coinvolgimento delle comunità locali sono elementi essenziali per ridurre conflitti e ritardi autorizzativi.

Secondo IRENA, oggi solo una parte dei progetti integra in modo sistematico misure ambientali avanzate. Rafforzare questi approcci non è solo una questione ambientale, ma una condizione strategica per sostenere la crescita del fotovoltaico nel lungo periodo e consolidarne il ruolo centrale nella transizione energetica.

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