La crisi in Medio Oriente ha favorito un aumento dei margini delle grandi compagnie petrolifere. Una dinamica che riapre il dibattito sugli extraprofitti e sulla vulnerabilità di un sistema energetico esposto agli shock geopolitici.
Quando una crisi internazionale investe il mercato dell’energia, le conseguenze si distribuiscono in modo diseguale. Per famiglie e imprese, prezzi più alti significano maggiori costi e difficoltà di programmazione. Per una parte dell’industria petrolifera, lo stesso scenario può tradursi in un forte incremento dei guadagni.
È quanto emerge dalle prospettive delle grandi compagnie occidentali nel 2026. Il conflitto in Medio Oriente e le interruzioni delle forniture hanno sostenuto i prezzi dei combustibili e i margini di raffinazione, creando condizioni particolarmente favorevoli per alcuni operatori.
Big Oil: profitti stimati a 53 miliardi di dollari nel terzo trimestre
Secondo le stime di RBC Capital Markets riportate da Reuters, BP, Chevron, ExxonMobil, Shell e TotalEnergies potrebbero raggiungere complessivamente circa 53 miliardi di dollari di profitti nel terzo trimestre del 2026.
Si tratta di una previsione, da distinguere dai risultati definitivi delle singole società. La dimensione dei guadagni attesi pone comunque una questione strategica: come verranno impiegate queste risorse in un mercato segnato da rotte commerciali più complesse, rischi geopolitici persistenti e costi di sviluppo crescenti?
Il peso della raffinazione: il caso Shell
Per comprendere questa dinamica, bisogna guardare anche alla raffinazione, cioè alla trasformazione del greggio in carburanti e altri prodotti.
Shell prevede per il terzo trimestre del 2026 margini di raffinazione di 42 dollari al barile, rispetto ai 24 dollari del trimestre precedente: un livello record, favorito dalle tensioni sull’offerta globale di combustibili.
Questo indicatore non coincide con l’utile netto della compagnia, ma mostra quanto le difficoltà di approvvigionamento possano incidere sulla redditività delle attività di raffinazione.
Prezzi più alti non significano risultati identici per tutti
L’aumento del petrolio non si riflette automaticamente nello stesso modo sui bilanci di tutte le compagnie. Contano le attività svolte, i costi operativi, la disponibilità degli impianti e le strategie finanziarie.
Tra queste ci sono le coperture sul prezzo, strumenti utilizzati per limitare l’esposizione alle oscillazioni del mercato. Una copertura pensata per proteggere da un ribasso può generare perdite finanziarie quando i prezzi salgono oltre il livello concordato, compensando parte dei maggiori ricavi ottenuti dalla vendita del petrolio.
Per leggere correttamente i risultati occorre quindi distinguere tra ricavi, margini operativi, effetti delle coperture e utile netto.
Torna il dibattito sulla tassazione degli extraprofitti
La distanza tra i maggiori guadagni di alcune società energetiche e i costi sostenuti da cittadini e imprese riporta al centro del confronto europeo la tassazione degli extraprofitti.
A settembre, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha segnalato una crescente apertura di altri Paesi verso questa ipotesi. Il dibattito riguarda la possibilità di destinare una parte dei guadagni straordinari a misure di sostegno per chi subisce gli effetti dei rincari.
Una riflessione sulla sicurezza energetica
Questi risultati offrono anche uno spunto per riflettere sulla transizione energetica. Un sistema fortemente esposto ai combustibili fossili risente delle crisi che colpiscono i luoghi di produzione, le infrastrutture e le rotte di trasporto.
Dal punto di vista di Rinnovista, la questione riguarda quindi anche la capacità di costruire un sistema più resiliente attraverso rinnovabili, accumulo, efficienza e una migliore gestione dell’energia.
La domanda che resta aperta è come trasformare le risorse e le scelte di oggi in investimenti capaci di ridurre la vulnerabilità energetica di domani.


