significativa dell’anidride carbonica prodotta dalle attività umane. Per questo osservare ciò che sta accadendo negli oceani significa guardare a uno degli indicatori più importanti del cambiamento climatico. Il nuovo rapporto di Copernicus descrive mari sempre più caldi, un livello delle acque in accelerazione e una progressiva perdita del ghiaccio polare, con conseguenze che riguardano anche il Mediterraneo.
Il cambiamento climatico viene spesso raccontato attraverso ciò che possiamo osservare direttamente sulla terraferma: estati più calde, periodi di siccità, precipitazioni estreme, incendi o eventi meteorologici particolarmente violenti. Una parte fondamentale di ciò che sta accadendo al clima del pianeta, tuttavia, si manifesta lontano dal nostro sguardo quotidiano e riguarda gli oceani.
Il 10° Rapporto sullo Stato dell’Oceano, pubblicato dal Servizio di monitoraggio dell’ambiente marino di Copernicus, restituisce una fotografia particolarmente significativa di questa trasformazione. L’aumento delle temperature marine, l’innalzamento del livello del mare, la crescente acidificazione delle acque e la riduzione della copertura di ghiaccio nelle regioni polari non sono fenomeni indipendenti, ma differenti manifestazioni di un sistema climatico nel quale si sta accumulando sempre più energia.
Ed è proprio la capacità degli oceani di assorbire enormi quantità di calore ad aver attenuato, almeno in parte, l’aumento delle temperature atmosferiche. Questo ruolo di regolazione ha però un costo, che oggi comincia a essere visibile nei dati raccolti su scala globale.
Il Mediterraneo sta diventando più caldo
Per comprendere quanto questi fenomeni ci riguardino da vicino non è necessario guardare all’Artico o alle isole del Pacifico. Nel 2024 il Mediterraneo e il Mar Nero hanno sperimentato ondate di calore marino eccezionali per intensità e durata, con alcune aree interessate per oltre trenta giorni consecutivi e anomalie termiche che hanno raggiunto i 4,6 °C rispetto ai valori stagionali.
Nel Mediterraneo, in particolare, la temperatura media registrata nel corso dell’anno ha superato di 1,23 °C il valore di riferimento calcolato sul periodo 1982-2024, mentre il numero di giorni interessati dalle ondate di calore marine ha raggiunto il livello più elevato degli ultimi vent’anni.
Quando anomalie di questa portata persistono per settimane, le conseguenze interessano inevitabilmente gli ecosistemi. Alcune specie possono non riuscire ad adattarsi abbastanza rapidamente, mentre altre, provenienti da acque più calde, trovano condizioni sempre più favorevoli alla propria diffusione. È uno dei fattori che contribuiscono alla trasformazione della biodiversità mediterranea e che può avere ripercussioni anche sulla pesca e sull’acquacoltura.
A modificare gli equilibri non è però soltanto la temperatura. Le intense precipitazioni e le piene fluviali verificatesi nel 2024 hanno provocato nel Nord Adriatico improvvise riduzioni della salinità e concentrazioni di clorofilla da fitoplancton superiori di oltre due volte rispetto ai valori abituali. Sono variazioni che mostrano quanto rapidamente un ecosistema marino possa rispondere a ciò che accade sulla terraferma e nell’atmosfera.
Il ghiaccio artico continua a ridursi
Uno dei segnali più evidenti della trasformazione climatica arriva dalle regioni polari. Secondo i dati riportati da Copernicus, tra il 1982 e il 2024 l’area artica considerata dall’Arctic Monitoring and Assessment Programme ha perso circa il 17% della propria copertura di ghiaccio marino, con una riduzione equivalente a circa 490.000 chilometri quadrati per decennio.
Per avere un ordine di grandezza, significa perdere ogni dieci anni una superficie paragonabile a quella della Spagna.
La situazione varia considerevolmente tra le diverse aree dell’Artico. Nel Mare di Barents la riduzione della copertura di ghiaccio ha raggiunto il 70% rispetto alla media del periodo 1993-2010, mentre nella Baia di Hudson si è attestata intorno al 64%. Anche nell’emisfero opposto i dati mostrano una condizione anomala: nel 2025, per il quarto anno consecutivo, l’estensione del ghiaccio marino antartico è rimasta al di sotto dei due milioni di chilometri quadrati.
La progressiva riduzione delle superfici ghiacciate produce inoltre un meccanismo di amplificazione del riscaldamento. Il ghiaccio riflette infatti una parte considerevole della radiazione solare verso lo spazio; quando diminuisce, aumenta la superficie oceanica scura capace di assorbire energia, contribuendo ulteriormente al riscaldamento delle acque.
Le trasformazioni delle regioni polari possono inoltre modificare salinità, densità e circolazione delle masse d’acqua, processi che partecipano al complesso sistema delle correnti oceaniche e alla distribuzione del calore sul pianeta.
Il mare sale più velocemente
Se la perdita del ghiaccio polare può apparire geograficamente distante, l’innalzamento del livello del mare rende molto più evidente il collegamento tra ciò che accade negli oceani e la vita delle comunità costiere.
Il rapporto Copernicus indica che tra il 1999 e il 2025 il livello medio del mare è cresciuto a un ritmo di circa 3,8 millimetri all’anno, ma il dato relativo al periodo più recente mostra un’accelerazione: tra il 2012 e il 2025 il tasso medio è arrivato a 4,2 millimetri all’anno, con un margine di ±0,3 millimetri.
Pochi millimetri possono sembrare trascurabili se osservati nell’arco di dodici mesi, ma assumono un significato completamente diverso quando il fenomeno prosegue per decenni e si combina con mareggiate, erosione costiera ed eventi meteorologici estremi. Per città, infrastrutture e attività economiche localizzate lungo le coste, anche variazioni relativamente contenute del livello medio del mare possono aumentare significativamente l’esposizione agli allagamenti.
A questo si aggiunge l’aumento della temperatura. Tra il 1982 e il 2025 la temperatura superficiale degli oceani è cresciuta mediamente di 0,12 °C per decennio, mentre il contenuto complessivo di calore immagazzinato nelle acque oceaniche ha continuato ad aumentare, raggiungendo nel 2025 il valore più elevato della serie considerata dal rapporto.
Non cambia soltanto la temperatura dell’acqua
Una parte della CO₂ presente nell’atmosfera viene assorbita dagli oceani e questo processo, fondamentale nel bilancio climatico globale, modifica progressivamente anche la chimica dell’acqua. Copernicus stima che tra il 1985 e il 2025 l’acidità degli oceani sia aumentata del 17%.
L’acidificazione può rendere più difficile la formazione e il mantenimento delle strutture calcaree di numerosi organismi marini e, insieme all’aumento delle temperature e alla riduzione dell’ossigeno disponibile, esercita una pressione crescente sugli ecosistemi.
Uno degli aspetti più delicati evidenziati dal rapporto riguarda proprio la sovrapposizione di questi fenomeni: circa un quarto dei primi mille metri di profondità degli oceani è interessato contemporaneamente da più di due fattori di stress climatico. Il problema, quindi, non riguarda soltanto quanto diventerà caldo il mare, ma la capacità degli ecosistemi di adattarsi a trasformazioni differenti che avvengono nello stesso momento.
Quello che accade negli oceani non rimane negli oceani
La salute degli oceani potrebbe sembrare un tema prevalentemente ambientale, ma le conseguenze delle trasformazioni descritte da Copernicus hanno una dimensione molto più ampia. Riguardano la pesca, l’acquacoltura, le città costiere, le infrastrutture, il turismo e, più in generale, la capacità dei territori di adattarsi a condizioni climatiche differenti da quelle sulle quali sono stati costruiti.
Un Mediterraneo più caldo, inoltre, significa avere a disposizione nell’atmosfera e nel mare quantità maggiori di energia e umidità che, in determinate condizioni meteorologiche, possono contribuire ad alimentare precipitazioni intense e fenomeni estremi. Non esiste naturalmente una relazione automatica tra ogni singolo evento e il cambiamento climatico, ma il progressivo riscaldamento modifica le condizioni di fondo nelle quali questi eventi si sviluppano.
È anche per questo che il rapporto sullo stato degli oceani va letto insieme agli altri indicatori della crisi climatica. Ridurre le emissioni, aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili e contemporaneamente adattare città, infrastrutture e territori ai cambiamenti già in corso sono parti dello stesso percorso.
I dati raccolti da Copernicus mostrano infatti che una parte della trasformazione climatica non appartiene più agli scenari elaborati per la fine del secolo. È già misurabile nelle temperature del Mediterraneo, nell’estensione del ghiaccio artico, nella chimica dell’acqua e nei millimetri con cui, anno dopo anno, continua a salire il livello del mare.
Fonte: Copernicus Marine Service – 10° Ocean State Report.


